Universal Basic Mobility

Ogni anno passiamo molte ore imbottigliati nel traffico: Roma è la sesta città più congestionata d’Europa e in media il guidatore perde 93 ore all’anno dentro la sua macchina, mentre a Milano le ore perse sono 87.

I lunghi spostamenti causano stress e tolgono tempo prezioso alla famiglia, al lavoro e al tempo libero, oltre ad aumentare l’inquinamento nelle città.

Fuori dai grandi centri urbani, tuttavia, gli spostamenti sono vincolati al possesso di un automezzo proprio, causando diseguaglianze economiche che incidono sul benessere collettivo, e perciò il pilota Alex Roy, fondatore dell’Human Driving Association, ha proposto di creare una Universal Basic Mobility (“mobilità universale garantita”).

Secondo Roy, la creazione di un reddito che assicuri a tutti il diritto alla mobilità sarebbe meglio del UBI (Universal Basic Income, il “reddito minimo universale”) perché garantirebbe il diritto al movimento alle fasce più povere della popolazione, e una popolazione che può spostarsi è più dinamica culturalmente, economicamente e socialmente.

Procediamo con ordine.

Il diritto alla circolazione è così importante da essere sancito nel tredicesimo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani, ma questa libertà di movimento non è mai stata accompagnata dal diritto alla mobilità: per spostarti devi possedere un mezzo di locomozione.

Dobbiamo ricordarci che la creazione di infrastrutture per lo spostamento di tutta la popolazione, anche a prezzi modici, ha sempre causato crescita economica.

È sufficiente pensare allo sviluppo esponenziale delle ferrovie durante l’Ottocento: negli Stati Uniti c’erano 14 mila chilometri di ferrovie nel 1845, e 260 mila nel 1890.

Molte aziende dei nostri giorni hanno notato tutte queste spinte: la necessità di garantire il trasporto a quante più persone possibile, ridurre il traffico, abbassare i prezzi, ridare ai lavoratori la libertà di gestire il proprio tempo.

Le compagnie e le startup che operano nel settore mobility stanno andando in due direzioni, che spesso si incrociano: verso il concetto di sharing economy (Car2Go, Enjoy, DriveNow) e verso i trasporti a guida autonoma (Google, Uber, Tesla).

Per esempio, BlaBlaCar è una delle più grandi organizzazioni di car sharing per le lunghe distanze e stima che entro la fine del 2018 avrà 50 milioni di passeggeri, ossia una crescita del 40% rispetto al 2017.

Dall’altro lato, Uber e Tesla stanno migliorando gradualmente l’impianto ADAS (“Sistemi avanzati di assistenza al conducente”) con l’obiettivo di arrivare a una totale guida autonoma.

La crescita di queste aziende è significativa perché dimostra che c’è stato un gap tra l’offerta dello stato e le necessità dei cittadini: le compagnie private hanno cercato subito di rispondere alla domanda.

Da quando è stato sancito il diritto alla mobilità, infatti, c’è stato un patto silenzioso tra la popolazione e i governi, i quali hanno investito in strade, ferrovie e autobus, creando mezzi di trasporto sempre più efficaci affinché le persone possano muoversi.

Sappiamo, però, che le città e le esigenze dei cittadini mutano e crescono più velocemente rispetto alla capacità di adattamento dell’amministrazione: nello spazio vuoto lasciato da tale distacco sono nate le opportunità di business che abbiamo visto.

I trasporti pubblici, parallelamente, esistono soprattutto nei centri urbani maggiori e non sempre funzionano a pieno regime, basti pensare all’Atac di Roma, la quale su 2 mila veicoli del parco mezzi ne sfrutta poco più della metà.

Per questi motivi, Alex Roy propone la creazione di una mobilità universale garantita, mutuata dall’idea del reddito minimo universale.

Egli afferma che le classi socioeconomiche più svantaggiate stiano arrivando a una “immobilità strutturale” che limita la loro possibilità di ottenere e mantenere il lavoro, di accedere ai servizi essenziali, di contribuire alla società e conservare una qualità dignitosa della vita.

Il reddito minimo universale, infatti, non avrebbe alcuna utilità se il fruitore fosse comunque impossibilitato ad accedere ai lavori e ai servizi.

Il nostro modo di intendere la libertà di movimento sta venendo profondamente rivoluzionato dalla sharing economy, dalle spinte ecologiste, dalla guida autonoma e da idee visionarie come quella di Alex Roy.

Secondo voi, in che modo può essere migliorato il nostro modo di spostarci? Cosa dovrebbero garantire le istituzioni ai cittadini?

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